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sabato 13 giugno 2015

Il teatro Vascello presenta la nuova stagione

È un magico cerchio ellittico il simbolo della nuova stagione del teatro Vascello, un vortice, una spirale, uno spazio bianco da riempire ma anche un occhio, per uno sguardo al futuro ma anche al passato.
Uno sguardo sulla realtà che ci circonda, un occhio che vigila, un attento indagatore che svela bellezza e atrocità del mondo reale.
Accanto alla presenza ricorrente di storiche compagnie, il cartellone della nuova stagione del teatro Vascello ospita graditi ritorni.
Con uno sguardo attento alla creatività e alle proposte giovanili, senza dimenticare la danza, quest’anno il Vascello introduce anche la musica e altre iniziative che affronteranno tematiche e problematiche sociali.
A dare inizio alla stagione teatrale 2015-2016 sarà lo spettacolo Villa dolorosa, di Roberto Rustioni, in scena dal 6 al 13 ottobre.
Dal 16 ottobre sarà la volta della danza, con In girum imus nocte, di Roberto Castello, e Sopra di me il diluvio, di Enzo Cosimi.
Dal 19 al 22 novembre Daniela Marazita porterà in scena il suo nuovo spettacolo Hai appena applaudito un criminale.
Durante le feste natalizie sarà lo spettacolo Il ballo, di Sonia Bergamasco, a tenere compagnia al pubblico del Vascello.
Danza, prosa, ma non solo.

Come luogo di approfondimento e libertà, il teatro Vascello prosegue i Laboratori teatrali, incentrati sulla musica e sulla vocalità; interessanti anche gli appuntamenti speciali come il ciclo di letture sulla letteratura del ‘900 e l’omaggio a Shakespeare con la lettura di 154 sonetti.

Di seguito il video della presentazione:

domenica 17 maggio 2015

LA NUOVA STAGIONE TEATRALE DEL TEATRO VITTORIA DI ROMA




“Il teatro di tutti e per tutti” è il motto della nuova stagione 2015/2016 del Teatro Vittoria.
Molto più di un semplice slogan, si tratta di un’autentica dichiarazione di intenti, dell’espressione di ciò che il Vittoria desidera offrire al suo affezionato pubblico.
La partenza è fissata per il 22 settembre con una nuova produzione Attori & Tecnici intitolata Weekend Comedy, uno spettacolo brillante, leggero ma non superficiale, che affronta con il tipico humour inglese le problematiche che affliggono la coppia moderna; prima di arrivare al lieto fine di questa commedia non mancheranno divertenti confronti, equivoci e risate.
A seguire, nel mese di ottobre, il Teatro Vittoria porterà in scena una delle più prestigiose tappe del Roma Europa Festival, con Operetta Burlesca di Emma Dante.
E ancora: a novembre, dopo una breve ripresa di Per questo mi chiamo Giovanni, commovente spettacolo ispirato alla figura di Giovanni Falcone, andrà in scena un grande classico di Oscar Wilde, Un marito ideale, sicuramente la commedia in cui Wilde riesce meglio a fondere una trama seria e la leggerezza della propria scrittura; tema centrale della commedia è il problema della corruzione politica e dell’integrità dei governanti: tematica drammaticamente presente nella nostra società ed egregiamente affrontata dalla Compagnia Umberto Orsini.
A fare compagnia al pubblico del Vittoria nel corso delle feste sarà ancora la compagia Attori & Tecnici con l’ultimo capitolo della trilogia di Agatha Christie, Assassinio sul Nilo, seguito da Rumori fuori scena, al suo trentaduesimo anno di replica.
Non mancherà la danza contemporanea con Comix, di Emanuele Pellisari.
Il Teatro Vittoria lascia ampio spazio alle riflessioni, con Moni Ovadia e il suo Registro dei Peccati, ma anche alle risate amare, con lo spettacolo Teresa la ladra di Dacia Maraini, in cui quest’ultima condurrà lo spettatore in un mondo straordinario che è stato estirpato dal nostro paesaggio spirituale dalla brutalità dell’odio, e alle risate a crepapelle con il nuovo spettacolo di Max Paiella intitolato Solo per voi, nel quale Max veste i panni di un menestrello del ventunesimo secolo per mettere alla berlina vizi e virtù degli italiani.
Non mancheranno per gli eventi speciali del Teatro Vittoria le incursioni di personaggi della scena culturale italiana: Corrado Augias su Leopardi, Marco Travaglio sul mondo dell’informazione con lo spettacolo Slurp, Beppe Severgnini con La vita è un viaggio, Vittorio Sgarbi su Caravaggio.


giovedì 14 maggio 2015



scritto da Valentina Baruffo

In programma un percorso di 5 chilometri previsto per domenica 17 maggio; la maratona partirà alle ore 10 da via della Greca, in corrispondenza dell’Ara Massima di Ercole, e terminerà in via dei Cerchi, dopo aver attraversato le suggestive vie della Roma antica, tra via dei Fori Imperiali, piazza del Colosseo e via delle Terme di Caracalla; venerdì 15 e sabato 16 sarà invece possibile visitare presso la grande area di Circo Massimo il Villaggio della Salute, Sport e Benessere.
Un’iniziativa realizzata con il contributo di Regione Lazio, Policlinico Gemelli di Roma e Fondazione Johnson&Johnson; l’obiettivo rimane quello di promuovere la salute ed il benessere fisici e psicologici attraverso l’offerta gratuita di consulenze specialistiche, esami diagnostici e momenti educativi.
L’auspicio è quello di superare il record di partecipanti alla Race for the Cure 2014 che, con oltre sessantamila partecipanti, è stata la più numerosa fra le oltre centocinquanta edizioni organizzate nel mondo.
“Anno dopo anno” ha affermato il presidente Malagó “si alza l'asticella perché sempre più aziende stanno dando fiducia al progetto. Lo sport è onorato di essere coinvolto in questa manifestazione che ha una finalità straordinaria alla quale cui tutti siamo felici di poter dare un contributo: questa è una partita che si vince tutti insieme”.
Al centro della manifestazione, come sempre, le Donne in Rosa, ovvero coloro che stanno affrontando o hanno sconfitto il tumore al seno e che partecipano alla maratona indossando una speciale maglietta rosa.
La testimonianza delle Donne in Rosa si pone l’obiettivo di sensibilizzare ulteriormente l’opinione pubblica sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce e di incoraggiare le donne che si trovano a dover affrontare questa malattia a farlo con un atteggiamento quanto più possibile positivo.
Aveeno, azienda facente parte del gruppo Johnson&Johnson, riserverà loro uno spazio speciale nel Villaggio Race. 
I fondi raccolti permetteranno l’avvio di nuovi progetti di educazione, prevenzione e cura del tumore al seno, che si andranno ad aggiungere ai quasi trecento già realizzati grazie alle precedenti edizioni di Roma, Bari e Bologna.


giovedì 7 maggio 2015

MANIFESTAZIONE STUDENTESCA del 5 maggio 2015, l'Italia dormiente su sogni inconcludenti

Oltre centomila a Roma, trentamila a Milano, venticinquemila a Bari. E in tanti, tra studenti, insegnanti e personale Ata, sono hanno popolato anche le strade e le piazze di Torino, Aosta, Catania, Palermi e Genova.
Ieri 5 maggio la protesta contro la riforma della scuola ha visto la partecipazione di decine di migliaia di persone.
“Tutti in piazza” si legge in una nota dell’Unione degli Studenti “per dimostrare una comune contrarietà al ddl scuola del Governo Renzi”.
Il premier, invece, difende il ddl: “la scuola è una grande occasione, deve creare cittadini, non solo lavoratori. Ma quando abbiamo dei numeri come quelli che abbiamo con i dati sulla disoccupazione, significa che il sistema di formazione va cambiato”, ha affermato il premier Matteo Renzi.
Stefania Giannini, ministro dell’Istruzione, ha dichiarato il proprio rispetto per lo sciopero, richiedendo rispetto anche “per il governo che fa il suo lavoro, proponendo un progetto educativo molto innovativo”.
D’altra parte il premier precisa che ci si trova dinnanzi ad un bivio: “da un lato quelli che protestano soltanto, lamentano, fanno l’elenco delle difficoltà. In alcuni casi hanno ragione, non possiamo dire che va tutto bene. Ma loro sono destinati a crogiolarsi nelle loro proteste. Mentre dall’altro lato che chi agisce”.
Un attacco nemmeno troppo velato, che poco dopo rientra con un atteggiamento di apertura nei confronti di coloro che dissentono “ci sono tante persone che protestano: qualcuno dice che lo fanno sempre, ma noi ascoltiamo la protesta”.
Non resta che fare della protesta un momento di confronto e di crescita dell’intera società.

Ma come non domandarsi quanto ciò sia possibile in un Paese, l’Italia, nel quale in fin dei conti c’è, si, chi protesta sempre, chi si lamenta crogiolandosi, ma c’è anche chi detta legge senza preoccuparsi del reale benessere della propria nazione, puntando gli occhi unicamente ai propri interessi?

scritto da Valentina Baruffo

sabato 28 marzo 2015

MARATONA DI ROMA 2015 Il Mensile di Monteverde sul campo con gli atleti!


Quasi centomila gli iscritti alla 21esima edizione della Maratona di Roma che hanno sfidato le condizioni atmosferiche avverse per partecipare ad uno degli eventi più attesi dai podisti capitolini e non. Tra questi, per la categoria maschile, gli etiopi Abebe Degefa e Birhanu Achame, hanno  conquistato il podio occupando rispettivamente la prima e la seconda pedana, terzo l’italo marocchino Jamel Chatbi. Nono posto per Giorgio Calcaterra, che ha chiuso in 2h34’26” e che, dopo essersi sottoposto al test antidoping, ha ripreso la maratona per raggiungere i corridori meno veloci e condividere con loro gli ultimi tratti della gara. Anche nella categoria femminile l’etiopia si è riconfermata protagonista. Ai primi posti si piazzano rispettivamente Meseret Kitata Tolwalk, seguita dalla connazionale Alem Fikre Kifle; terza l’italiana Deborah Toniolo. La pioggia e il freddo hanno reso la gara più faticosa e complessa, gli atleti hanno riscontrato difficoltà in più momenti della gara, in particolar modo nei tratti in cui la strada asfaltata lasciava il posto ai caratteristici san pietrini romani. Il Top Runner italiano Ruggero Pertile (5° posto) ha dichiarato: “Ho cercato di fare la mia gara, ma oggi era veramente dura. Sui sampietrini scivolavo e non riuscivo a correre bene. Devo ringraziare tutto il pubblico che mi ha incitato molto...”. Ciononostante, il grande entusiasmo e la tenacia dei maratoneti hanno colorato la gara di forti emozioni.

giovedì 19 marzo 2015

I presagi di Ödön von Horváth al Teatro Vascello

La vecchia Europa, quanto diversa da quella attuale?

















Aveva solamente ventidue anni Ödön von Horváth quando scrisse Hotel Belvedere, nel 1923.
Ossessionato dall’incapacità che l’aristocrazia e la borghesia intellettuale mitteleuropea mostravano nei confronti delle utopie positive, Horváth fu il primo a riconoscere che dietro la facciata della grandezza si nascondeva in realtà un mondo volgare, malato, legato esclusivamente al potere del denaro.
Con la regia di Paolo Magelli e le eccellenti interpretazioni di Francesco Borchi, Daniel Dwerryhouse, Marcello Bartoli, Fabio Mascagni, Mauro Malinverno, Valentina Banci ed Elisa Cecilia Langone, lo spettacolo, in scena al Teatro Vascello dal 17 al 22 marzo, rappresenta un’Europa che sembra non allontanarsi poi molto da quella attuale.
Nel deserto e decadente Hotel Belvedere si intrecciano le vite di sette personaggi che portano allo scontro le classi sociali di una Europa profondamente impegnata a salvare se stessa distruggendo i più deboli.
Oltre a narrare le vicende della Seconda Guerra Mondiale, dunque, lo spettacolo mette difronte all’ineluttabile verità di una società attuale profondamente incrinata, attraversata dai medesimi conflitti che hanno caratterizzato il secolo a questo precedente.
Al desolato Hotel, nel quale la baronessa Ada von Stetten alloggia insieme ai suoi tre amanti, giungono il fratello della donna, Emanuel, al verde dopo aver perso tutto al gioco, e la giovane Christine, rimasta incinta di Strassen, uno degli amanti, nel corso dell’estate precedente.
E proprio Christine diviene il perno attorno al quale l’intera vicenda si snoda e si avvolge. I cinque uomini inventano una vile calunnia al fine di cacciarla dall’Hotel; sorpresi poi dalla notizia di una sua cospicua eredità, finiscono per litigarsela a scapito della baronessa, la quale decade da principale oggetto del loro desiderio ad un pezzo di carne ormai scaduto.
Il tutto è inserito in un ambiente che rappresenta perfettamente l’atmosfera dismessa di un albergo ormai in rovina: ampi spazi vuoti, arredati con qualche tavolini in marmo, poche poltrone e divani, sedie dallo schienale sagomato a violino; i personaggi si trovano ad interagire tra loro in un crescendo di azioni che passano dai rigurgiti, alle violenze fisiche, ad un continuo stappare e bere champagne, al divorare un’intera carta geografica dell’Europa prebellica.
Attraverso la caratterizzazione di una nobiltà decaduta, a più di novant’anni di distanza dalla scrittura del testo, con tensioni che non sono della stessa natura di quelle nate nel corso del secondo conflitto mondiale, lo scrittore austriaco traccia un profilo umano nel quale rimane comunque impossibile non riconoscersi almeno in parte.

sabato 14 marzo 2015

ATTORE DEL MESE: Denzel Washington fotografato da Fabio Gatto per " Il Mensile di Monteverde"

L'attore del mese del numero 3 di marzo 2013: Denzel Washington


E’ uno degli attori afroamericani più conosciuti e più amati al mondo.
Eclettico e versatile, perfetto in qualsiasi ruolo, lontano da qualsiasi tipo di gossip e senza macchie, Denzel Washington si laurea in giornalismo alla Fordham University di New York dove, grazie all’incontro con  rilevanti personalità del teatro, si appassiona fortemente alla recitazione.
Si iscrive, dunque, all’American Conservatory Theater di San Francisco dove perfeziona il proprio talento naturale.
Nel 1997 ottiene il primo ruolo di rilievo nel film tv Wilma di Bud Greenspan.
Proprio su questo set conosce Paulette Pearson che sposa cinque anni dopo e con la quale ha quattro figli.
Il vero e proprio debutto cinematografico dell’attore è datato 1981 con il film Il pollo si mangia con le mani, seguito dalla sua prima nomination all’Oscar per il film Grido di libertà di Richard Attenborough.
Giovanissimo ma estremamente professionale ottiene il premio Oscar come miglior attore non protagonista per Glory – Uomini di gloria, dove recita al fianco di Matthew Broderick e Morgan Freeman.
Washington passa dall’interpretare il grande avvocato di Philadelphia, alla difesa di un Tom Hanks malato di AIDS, per poi lavorare nel poliziesco Il rapporto Pelican e nell’adrenalinico Allarme rosso.
Ogni lungometraggio interpretato diviene un grande successo.
Nel 2001 partecipa alla 58° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia per presentare il film Training day, di Antoine Fuqua, che gli vale l’Oscar 2002 come miglior attore protagonista.
Torna a recitare in un film di Fuqua nel 2014 per il film The Equalizer – Il Vendicatore, la storia di Robert McCall, un uomo che crede di essersi lasciato alle spalle un passato torbido per condurre un’esistenza tranquilla ma che dinnanzi alle minacce ricevute dalla giovane ed indifesa Teri (Cloë Grace Moretz) da parte di una banda di malavitosi russi, non riesce a stare a guardare e non può fare a meno di intervenire in suo aiuto.
Per Denzel Washington la forza che spinge il suo personaggio Robert McCall ad agire in difesa dei più deboli è un innato senso di giustizia.
“Robert McCall ha alle spalle un passato di cui non è orgoglioso, ed ora è in cerca di redenzione” spiega Washington.
Ed è proprio il desiderio di redenzione che porta il suo personaggio a scegliere una vita tranquilla.
“Sarà l’incontro con una giovane indifesa, sfruttata e minacciata, a fargli cambiare idea” conclude l’attore.

giovedì 12 febbraio 2015

SCARLETT JOHANSSON FOTOGRAFATA DAL MENSILE DI MONTEVERDE



Scarlett Ingrid Johansson nasce a New York nel 1984 da padre architetto e madre produttrice ed attrice.
All’età di tre anni già sogna di diventare attrice e dopo soli quattro anni inizia a partecipare ai primi provini per spot televisivi.
Tuttavia, ne rimane profondamente delusa in quanto i pubblicitari mostrano una forte preferenza per suo fratello.
Comprendendone la grande passione, la madre inizia a portarla anche ai provini per le produzioni cinematografiche e teatrali e, a soli otto anni, Scarlett calca le scene insieme ad Ethan Hawke nella pièce teatrale Sofistry.
Recita per il grande schermo dall’età di 10 anni, debuttando nel 1994 nel film Genitori cercasi, in cui ha una piccola parte. Quattro anni dopo, viene scelta da Robert Redford per il film da lui diretto L’uomo che sussurrava ai cavalli, che fa di Scarlett una promessa di Hollywood grazie alla sua interpretazione di una giovane che, cadendo da cavallo, perde una gamba.
Da questo momento lavora in film di grande importanza: compare nel 2001 in L’uomo che non c’era, diretto da Joel Coen, e nello stesso anno nel film di Terry Zwigoff Ghost World, acclamato dalla critica.
Arriva poi il film che, segnandone il passaggio all’età adulta, la rende tra le attrici più desiderate dello star-system, Lost in Traslation - L’amore tradotto, a fianco di Bill Murray, scritto e diretto da Sophia Coppola.
Scarlett si porta dietro una carriera costellata di continui successi: dal Don Jon di Joseph Gordon-Levitt, al supercandidato Lei di Spike Jonze, nel quale l’attrice presta la propria voce a Samantha, un sistema operativo virtuale di cui Joaquin Phoenix (nel ruolo di Spike) si innamora perdutamente.
E proprio a proposito di questa pellicola, la Johansson spiega "da una voce puoi anche essere respinto. Spike voleva che Samantha fosse una creatura libera, entusiasta, senza pregiudizi, nuova alla vita e senza nessuna esperienza. Ho cercato di liberarmi, per quanto possibile, di ogni filtro razionale ed emotivo. Facendo a meno del mio corpo."
Ma che rapporto ha l’attrice con la tecnologia e cosa pensa di quest’ultima?
"Ho da poco acquistato il mio primo Iphone percè il vecchio cellulare non funzionava più: sono all’inizio di una nuova relazione intima!".
Scarlett torna pochi mesi fa sul grande schermo con il film Lucy, diretto da Luc Besson.
Nella pellicola, l’attrice interpreta una ragazza di venticinque anni che studia a Taipei, ma che si sballa di continuo e non sa cosa fare di se stessa.
Un giorno il suo ragazzo la obbliga a consegnare una valigetta in sua vece ma, al momento della consegna, il giovane viene ucciso e Lucy viene rapita.
Costretta a lavorare come corriere della droga viene operata chirurgicamente e le viene inserita nell’addome una sacca contenente un enzima prodotto dalle madri in gravidanza per mettere in moto lo sviluppo del feto, enzima del quale deve essere la passiva trasportatrice.
Tuttavia, a seguito di un pestaggio, questo sacchetto si lacera e il suo organismo ne assorbe il contenuto acquisendo straordinarie capacità fisiche e mentali.
Al fianco dell’attrice recita Morgan Freeman.

mercoledì 11 febbraio 2015

IL MENSILE DI MONTEVERDE HA INTERVISTATO MAURIZIO CALVESI

Maurizio Calvesi, direttore della fotografia italiano, ha contribuito alla realizzazione di circa sessanta film. 
Candidato ai David di Donatello nel 2003 per il film Prendimi l’anima e nel 2008 per I vicerè, entrambi con la regia di Roberto Faenza, si racconta al Mensile di Monteverde mostrando ai lettori una pagina del grande cinema italiano.
“Ho abitato parecchi anni a Monteverde” racconta Maurizio “mi sono poi trasferito vicino Piazza Navona e vi sono rimasto per circa venticinque anni; sono tornato qui solamente un anno fa. Devo dire che in pieno centro storico c’era una mentalità molto più simile a quella di un paese e questo mi piaceva molto. Conoscevo quasi tutti nella zona; il postino lasciava i pacchi al bar, quando non c’era il portiere; se andavo al ristorante e non avevo il portafogli ripassavo in seguito a saldare il conto. Qui, invece, mi sembra tutto un po’ più freddo. A malapena conosco i miei vicini di casa e trovo che questo sia un gran peccato; il quartiere andrebbe vissuto appieno e non in maniera così limitata”. 
Una domanda che non ti è mai stata fatta ma che ti sarebbe piaciuto ricevere?
Di questo lavoro si tende sempre a vedere gli aspetti positivi, ma non ci si chiede mai se sia necessario rinunciare a qualcosa per svolgerlo. Si tratta di un lavoro meraviglioso che tuttavia richiede un grande sacrificio.  Spesso costringe ad allontanarsi dagli affetti più cari e a restare distanti da casa anche per parecchi mesi. 
Quali sono le principali mansioni di cui un direttore della fotografia deve occuparsi durante le riprese di un film?
Il direttore della fotografia è il collaboratore più stretto che il regista ha per quanto concerne gli aspetti tecnini del film. Naturalmente accanto al direttore della fotografia lavorano numerosi assistenti e collaboratori che contribuiscono alla realizzazione del film.
Quando nasce l’idea di girare un film e se ne scrive la sceneggiatura, emerge poi la necessità di trasformare quel testo in immagine e proprio a questo punto interviene il direttore della fotografia.
L’obiettivo è quello di conferire all’immagine la struttura che meglio riesce ad interpretare la sceneggiatura stessa.
A partire dal 2002, con il film “Prendimi l’anima”, hai intrapreso numerose collaborazioni con il regista Roberto Faenza. Parliamo proprio di “Prendimi l’anima”, qual’è stata la sfida maggiore che hai dovuto affrontare lavorando a questo film?
Il copione di “Prendimi l’anima” era nel cassetto di Roberto Faenza da ben dieci anni. Il regista era estremamente affascinato dalla storia di questa donna, Sabina Spielrein, che passa dall’essere amante di Jung al divenire ella stessa psicoanalista.
Mi sono avvicinato a piccoli passi alle idee che Roberto aveva sviluppato nel corso degli anni. Ho letto numerosi testi che potessero aiutarmi a comprendere meglio il periodo storico nel quale si svolgevano i fatti narrati dal film. Sono entrato nel difficile mondo dell’analisi, con il quale non ero mai entrato in contatto prima di quel momento.
All’epoca, poi, venivo da un tipo di cinema molto formale e “Prendimi l’anima” ha rappresentato l’occasione di realizzare un lavoro estremamente più spontaneo da parte mia. Ho ancora nel cuore l’immagine del manifesto del film. Si tratta di un fotogramma nel quale la luce radente e la posizione delle due figure da all’immagine una conformazione quasi cerebrale.
Quali sono i punti in comune tra la fotografia cinematografica e la fotografia tradizionale?
Spesso si tende a confonderle. Si parla di fotografia in generale e non se ne comprendono le differenze. Per me tutto è iniziato con la fotografia tradizionale. Mio zio mi regalò una macchina fotografica per la mia prima comunione. Io ero un bambino timidissimo e non parlavo mai con nessuno.  Iniziai ad andare alle feste di compleanno con la mia macchina fotografica al collo e quando tornavo a casa, di notte, mi chiudevo in bagno, sviluppavo i rullini e stampavo le foto. Si trattava anche di un modo per relazionarmi con gli altri, nonostante la mia timidezza. Da quel momento ho capito che avrei dovuto lavorare con le immagini.
La fotografia del set nasce perchè si vuole rendere quell’attimo di cinema immortale. Basti pensare ad Anita Ekberg. L’immagine di quella meravigliosa ragazza nella fontana rimarrà per sempre eterna.  Quindi la fotografia cinematografica va oltre il racconto di una storia, c’è qualcosa di più profondo che va afferrato.
Tra i numerosi film per i quali hai lavorato sei rimasto particolarmente legato a qualcuno di essi?
Non c’è un film a cui sia affezionato in maniera particolare. Ognuno di esso ha avuto la sua importanza, Anche una pellicola sbagliata ha un ruolo fondamentale, perchè ne precede una nuova in cui si eviterà di commettere gli stessi errori. 
Ci sono stati, invece,  film in cui sento di aver sperimentato molto di più rispetto ad altri, questo si.
Hai ancora aspettative di sperimentazione?
Si assolutamente. Con l’esperienza accumulata nel corso degli anni ho compreso che fare una bella fotografia nel cinema “medio” non è molto semplice. Si riesce ad ottenere il meglio nella grande ricostruzione, quindi nei grandi mezzi, oppure nel cinema minore. Anzi, proprio quest’ultimo offre le maggiori opportunità di sperimentazione. Esso, infatti, consente una maggiore libertà di organizzazione, fattore che manca invece nei cosiddetti “star system” produttivi, nei quali si hanno tempi che bisogna necessariamente rispettare, regole e formalismi che purtroppo impediscono slanci fuori dagli schemi. A breve parteciperò alla realizzazione di un film di questo tipo, con attori sconosciuti, girato interamente ad Ostia. L’obiettivo è quello di renderlo il più naturale possibile, deve essere un film vero.

mercoledì 4 febbraio 2015

Il Tempietto di San Pietro in Montorio, approfondimento del Mensile di Monteverde

Articolo e foto di Valentina Baruffo

Bramante fu il primo a mettere in luce la buona e bella architettura che dagli antichi sino a quel tempo era stata nascosta. È con queste parole che Palladio descrisse l’opera dell’architetto Bramante, suo contemporaneo, che nel primo decennio del Cinquecento progettava il Tempietto di San Pietro in Montorio, sul colle Gianicolo.


Alla base della creazione del progetto bramantesco vi era il tentativo di conciliazione tra gli ideali umanistici e gli ideali cristiani del tempo, tentativo volto alla massima esaltazione di Pietro come Pontefice Romano.
Attraverso una serie di disegni realizzati dall’architetto e teorico Sebastiano Serlio, é nota l’iniziale idea di inserire la struttura del Tempietto circolare all’interno di un cortile anch’esso  della medesima forma geometrica.
Non si trattava certamente di una scelta casuale: nel pensiero rinascimentale, infatti, il cerchio rappresenta il mondo e la stessa perfezione divina.
Non é solo la forma del Tempietto ad avere una giustificazione tanto precisa; anche il luogo scelto non è assolutamente casuale. Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, recita il Vangelo secondo Matteo. E proprio con il martirio di Pietro ha inizio il flusso spirituale della Chiesa. Sul monte aureo fu infitta la croce di Pietro e da allora, per virtù del santo, Roma divenne città centro del mondo.
Non a caso il Tempio ad egli dedicato nasce da un cuore centrale, il punto di infissione della croce stessa, e si dilata attraverso una serie di assi radiali verso il muro perimetrale del cortile porticato.
In alzato la struttura é suddivisa in tre livelli distinti e sovrapposti: una cripta sotterranea al di sopra della quale si erge un corpo cilindrico circondato da un peribolo dorico, coronato da una cupola semisferica su tamburo finestrato.
Profondo ed estremamente poetico é il messaggio allegorico nascosto tra le colonne marmoree della fabbrica: la cripta, sotterranea, rappresenta gli Inferi; il corpo del Tempio diviene allora la Chiesa che domina la sfera terrena; il pavimento, cosmatesco, riporta sul proprio corpo un simbolo medievale che allude al grande labirinto che é la vita umana; la cupola, che tutto ricopre e protegge, diviene allora espressione della sfera celeste, con a capo Cristo nella gloria dei cieli.


Non é tutto; un’altra circostanza piuttosto significativa riguarda la particolare attenzione posta nei confronti di alcuni numeri, in particolare, che sembrano essere privilegiati all’interno dell’impianto. Tra questi, il numero 16, che misura le colonne del Tempio nonché del portico anulare che lo circonda; il numero 16 può essere scomposto nelle cifre 10 e 6 che, secondo la disciplina matematica, sono tra i cosiddetti numeri perfetti. Ma ancora, il numero 16 comprende la sua metà, il numero 8, il quale richiama la nascita del Mondo, otto giorni dopo il principio della creazione. Otto sono le nicchie e le finestre e quattro, sua metá, sono gli ingressi al cortile.
Attraverso sistemi linguistici di questo tipo il programma dell’opera si poneva l’obiettivo di esprimere il messaggio universale dell’architettura bramantesca e della religione cristiana.
Bramante, primo architetto del prestigioso cantiere dell’attuale Basilica di San Pietro, voleva creare un edificio moderno che apparisse progettato alla maniera degli antichi, perché avesse prestigio e autorità al pari dei monumenti romani. 


Progettando un impianto radiale, Bramante dovette pensare attentamente alle dimensioni dei singoli elementi proposti, definendoli proprio attraverso l’utilizzo degli assi radiocentrici sui quali si basa l’intero impianto.
Per questo motivo le colonne del peribolo esterno risultano più corpose rispetto a quelle del portico della cella. 
Purtroppo il progetto non fu mai realizzato nella sua interezza.
I problemi più importanti furono dovuti alla dimensione piuttosto limitata dell’opera. Studiando attentamente la planimetria serliana si è subito notato come le paraste corrispondenti alle colonne esterne ed interne risultassero rispettivamente più grandi e più piccole delle colonne di riferimento, concetto assolutamente corretto dal punto di vista compositivo dell’opera ma in netto contrasto con il concetto stesso di parasta, la quale altro non dovrebbe essere che la semplice proiezione del supporto verticale (precisamente la colonna), e quindi larga quanto quest’ultimo.
Fu forse per questo motivo che mai, prima di Bramante, si era pensato di inserire l’elemento della parasta su di una cella circolare?
Bramante tentó di ovviare a questo problema non, come si potrebbe pensare, restringendo le paraste delle colonne minori, bensì tentando, seppur in maniera piuttosto approssimativa, di riprenderne le dimensioni. 
E fu proprio per questo motivo che l’architetto si scontrò con una problematica ancor più profonda: la non universalità delle regole. 
Così, se l’Umanesimo postulava l’assolutezza delle regole architettoniche a prescindere dalle dimensioni del manufatto, Bramante sembra porsi nella posizione di dover saggiare tale principio sondando nel Tempietto i limiti del grandemente piccolo e dell’immensamente grande, scontrandosi con la complessità soprattutto della prima.
Si spiega, dunque, la ridotta spazialità riservata ai vuoti rispetto ai pieni; le finestre sembrano quasi soffocate dalle solidità laterali, tanto che le mostre delle aperture non trovano posto sulla parete cilindrica. L’architetto lavora, quindi, su lievi aggetti, scavi violenti, cavità ombrose, generando un ritmo incalzante in costante tensione.
Ed é sicuramente questo il punto di espressione più alto della poetica bramantesca. Dalle difficoltà egli trae ispirazione per la personale espressione, fino al posizionamento della porta principale. 


Al fine di esaltarne il significato simbolico e non solo pratico di accesso alla Chiesa, Bramante realizza una porta assolutamente fuori scala, di dimensioni maggiori di quelle disponibili, tagliando bruscamente le paraste laterali e negando dunque il valore portante di queste ultime.
Bramante si libera da qualsiasi vincolo del metodo e chiude la sua opera straordinaria inserendo un lanternino, alto e visibile, sulla cima della cupola, che consenta all’osservatore di comprendere quale sia il perno ideale dell’intero progetto, l’asse verticale che, come una freccia, scatta dal punto in cui fu infissa la croce e si ricongiunge al Cielo nella glorificazione dell’apostolo.



I protagonisti di Zelig fotografati dal Mensile di Monteverde

Per due mercoledì al mese, presso il Teatro Golden, si rinnovano gli appuntamenti con gli spettacoli live di Zelig. Lab on the road


Approfondimenti sul numero di Febbraio.

il Nuovo film di Joaquin Phoenix in anteprima per Il Mensile di Monteverde

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Ludovico Fremont e Valerio Morigi per il Mensile di Monteverde

Ludovico Fremont e Valerio Morigi in scena al Teatro Golden con lo spettacolo "Uomini senza donne", di Angelo Longoni.
Approfondimenti sul numero di Febbraio.

martedì 27 gennaio 2015

Il Mensile di Monteverde ha fotografato l'abbandonato complesso ospedaliero Forlanini.
Alcune immagini inedite.





domenica 25 gennaio 2015

Intervista al direttore della fotografia Maurizio Calvesi

Il Mensile di Monteverde ha intervistato il direttore della fotografia Maurizio Calvesi.
L'intervista sarà pubblicata sul numero di febbraio del Mensile.