Oltre centomila a Roma, trentamila a Milano,
venticinquemila a Bari. E in tanti, tra studenti, insegnanti e personale Ata,
sono hanno popolato anche le strade e le piazze di Torino, Aosta, Catania,
Palermi e Genova.
Ieri 5 maggio la protesta contro la riforma della scuola
ha visto la partecipazione di decine di migliaia di persone.
“Tutti in piazza” si legge in una nota dell’Unione degli
Studenti “per dimostrare una comune contrarietà al ddl scuola del Governo
Renzi”.
Il premier, invece, difende il ddl: “la scuola è una
grande occasione, deve creare cittadini, non solo lavoratori. Ma quando abbiamo
dei numeri come quelli che abbiamo con i dati sulla disoccupazione, significa
che il sistema di formazione va cambiato”, ha affermato il premier Matteo Renzi.
Stefania Giannini, ministro dell’Istruzione, ha
dichiarato il proprio rispetto per lo sciopero, richiedendo rispetto anche “per
il governo che fa il suo lavoro, proponendo un progetto educativo molto
innovativo”.
D’altra parte il premier precisa che ci si trova
dinnanzi ad un bivio: “da un lato quelli che protestano soltanto, lamentano,
fanno l’elenco delle difficoltà. In alcuni casi hanno ragione, non possiamo
dire che va tutto bene. Ma loro sono destinati a crogiolarsi nelle loro
proteste. Mentre dall’altro lato che chi agisce”.
Un attacco nemmeno troppo velato, che poco dopo rientra
con un atteggiamento di apertura nei confronti di coloro che dissentono “ci
sono tante persone che protestano: qualcuno dice che lo fanno sempre, ma noi
ascoltiamo la protesta”.
Non resta che fare della protesta un momento di
confronto e di crescita dell’intera società.
Ma come non domandarsi quanto ciò sia possibile in un
Paese, l’Italia, nel quale in fin dei conti c’è, si, chi protesta sempre, chi
si lamenta crogiolandosi, ma c’è anche chi detta legge senza preoccuparsi del
reale benessere della propria nazione, puntando gli occhi unicamente ai propri
interessi?
scritto da Valentina Baruffo
scritto da Valentina Baruffo

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